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Siamo tutti un po’ psicologi!

mano sulla spalla

Siamo tutti un po’ psicologi! Quante volte ho sentito ripetere questa frase. Peccato che non sia esattamente così. Gli amici, i colleghi, i familiari sono persone importanti a cui è possibile rivolgersi in un momento di sconforto, di confusione o di rabbia per tirare fuori emozioni, sentimenti, pensieri e cercare dall’altra parte una persona che semplicemente ci ascolti, sia lì per noi che ci faccia, come direbbe Esther Perel psicoterapeuta belga, da “testimone empatico”.

Da un amico, un partner, un familiare solitamente non ci aspettiamo che ci risolva la situazione, anche perché lo farebbe con strategie che funzionerebbero per lui/lei anziché per noi. Ci aspettiamo piuttosto una persona che ci accolga e sappia stare in quello spazio e in quel tempo con noi e le nostre sofferenze o preoccupazioni, senza affrettarsi nel fornire giudizi o soluzioni che spesso vengono messe in atto per terminare il prima possibile quel momento di condivisione emotiva, magari perché c’è una difficoltà a stare nel dolore dell’altro.

Questo non vuol dire che non si possa offrire un consiglio o il proprio punto di vista, se però l’altra persona ce lo chiede, altrimenti è superfluo.
Le persone possono e devono trovare la propria soluzione per uscire da una certa situazione, affrontare una difficoltà o un cambiamento. Come dico sempre “ci si salva da soli” nel senso che io devo volermi salvare, devo voler uscire da un problema, altrimenti gli altri possono offrirmi tutti i salvagenti del mondo ma io non ne prenderò neanche uno. Una volta che ho deciso di salvarmi allora posso chiedere tutti i supporti esterni di cui ho bisogno, se ritengo che possano essermi utili.

Lo psicologo oltre ad essere un testimone empatico, ha il compito di aiutare la persona ad elaborare i vissuti, i pensieri e le emozioni trovando la modalità  più giusta per quella persona. Il terapeuta ha anche il compito di rimandare quello che gli ha suscitato il racconto dell’altro, che cosa ha provato e lavorare anche su questo. In terapia non c’è giudizio, si offre una spazio neutro di ascolto e accoglienza dell’altro e di tutto ciò che porta con sé, aspettando il momento giusto perché l’altro riesca a trovare, sotto la guida del terapeuta, delle strategie per risolvere il problema e stare meglio.

Il terapeuta è un accompagnatore e la terapia è un viaggio, il terapeuta mette la mano sulla spalla, aiuta l’altra persona ad ampliare la prospettiva e valutare altre possibilità, per poi lasciarle proseguire il cammino della vita in autonomia, con nuove consapevolezze sulle proprie risorse e sui propri limiti e su come possa gestirli.

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