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L’AI sostituirà lo psicoterapeuta?

Mi è capitato di leggere nell’ultimo periodo articoli e riflessioni su una possibile scomparsa di alcune professioni, scavalcate da programmi di intelligenza artificiale che potrebbero prendere il posto di professionisti umani in un futuro non troppo lontano, tra questi anche gli psicologi e psicoterapeuti.

“Eccoci! Ho studiato dieci anni e continuo a formarmi e confrontarmi con colleghi e altri professionisti e tra poco dovrò trovarmi un altro lavoro!” Ho pensato, ironicamente. Si perché l’intelligenza artificiale, mi viene in mente la più conosciuta ChatGPT, è sicuramente un ottimo database che permette di attingere ad un numero incredibile di informazioni in pochi secondi, ma non bastano le nozioni per fare psicoterapia, o meglio per ESSERE psicoterapeuta.

La psicoterapia è un viaggio che deve condurre la persona in un punto diverso rispetto a quello da cui era partita. E’ un continuo scambio di pensieri, emozioni, comunicazione verbale e non verbale, il paziente trasferisce sul terapeuta i propri vissuti, i propri stati d’animo, esprime i propri tratti di personalità e il terapeuta accoglie tutte queste informazioni restituendo proprie emozioni e sensazioni, rispetto a quello che ha provato e capito, fino a quel momento, della storia che il paziente ha portato.

Io lavoro tantissimo sui “rimandi”, le famose restituzioni da dare alla persona, rispetto a come la vedo, come la vivo e quello che mi trasmette quando è in seduta, in quello spazio sospeso dal giudizio in cui ci si può permettere di dire e dirsi tutto. E i rimandi, che sono principalmente mossi dalla “pancia”, sono vibrazioni che risuonano dentro di noi, sono roba tipicamente umana. In seduta però diventano strumenti di lavoro che il terapeuta esperto sa maneggiare per arrivare a trovare una nuova narrazione della persona, magari più veritiera rispetto a quella che ha sempre portato finora.

Perché se quel paziente suscita in me certe sensazioni, o se il modo in cui comunica descrivendo una certa situazione o un vissuto mi fa percepire qualcosa, allora è importante lavorarci, capire cosa si nasconde dietro questa sensazione, lanciare la palla ed aiutare a comprendere e comprendersi meglio, scavando più a fondo quando serve. E’ qui che entra in gioco anche la vera empatia del terapeuta: riuscire a percepire, comprendere, sentire quello che l’altro sente, ma ben consapevole che sono vissuti della persona che ci sta di fronte e non nostri, non dobbiamo quindi farci travolgere da essi.

Personalmente vedo l’I.A. un ausilio che aiuta a velocizzare alcuni processi lavorativi, non la vedo come un sostituto per tutto. Non cediamo la nostra parte umana ed emotiva sostituendola con qualcosa di artificiale, essere UMANI è ciò che ci contraddistingue, non rinunciamoci!

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